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"Il terapeuta relazionale. Tecnica dell'atto terapeutico", di Bruno Bara
Bollati Boringhieri, pagine 200, Euro 23.00
recensione di  Fabio Monticelli



Un libro prezioso per psicoterapeuti esperti e in formazione che afferiscono a differenti modelli teorici di base. Attraverso un gran numero di casi clinici viene descritto un approccio che tiene in primo piano la relazione terapeutica intesa come elemento emergente dall’interazione dinamica e diadica tra terapeuta e paziente. Gli strumenti terapeutici proposti nel volume non intendono sostituire prassi terapeutiche consolidate, ma aggiungere modalità alle quali fare riferimento per riconoscere e gestire gli schemi interpersonali disfunzionali più profondi, che sono difficilmente verbalizzabili perché appartengono alla dimensione implicita. Proprio perché impliciti e difficilmente narrabili dal paziente, affiorano nel presente della terapia con intensità emotiva, ricchezza di informazioni ed il rischio di compromettere il piano cooperativo che crea e mantiene l'alleanza terapeutica in atto.
L’autore fa esplicito riferimento al fatto che una modalità di intervento che si basi semplicemente sul linguaggio per ottenere un cambiamento di una credenza patogena può risultare utile, ma di per sé insufficiente per modificare connessioni più profonde con altri schemi cognitivi ed emotivi patogeni. In altri termini, ciò che può essere cambiato sul piano della conoscenza dichiarativa esplicita veicolata dal linguaggio, può risultare insufficiente per modificare ciò che appartiene alla conoscenza implicita e procedurale.
Elemento nucleare del libro, più volte sottolineato dall’autore, è rappresentato dalla dimensione sincronica nella quale “la diade terapeutiche si focalizza sul qui e ora per capire cosa sta succedendo tra loro”, e che “ha la potenza del pieno vissuto, completo di corpo ed emozioni”. L’autore ribadisce più volte l’utilità di monitorare la relazione terapeutica per comprendere cosa succede nella relazione, mantenere un assetto cooperativo e rilevare le fasi caratterizzate dall’attività di altri sistemi motivazionali, facendo riferimento alla teoria evoluzionistica della motivazione di Liotti. Bruno Bara mette in guardia il terapeuta dall’attivazione in seduta di sistemi motivazionali alternativi, come ad esempio il sistema di difesa o il sistema competitivo che possono avere un potente effetto inibitorio sulle funzioni metacognitive, possono produrre sintomi gravi in seduta o compromettere in maniera grave il piano Cooperativo, indicativo delle fasi di impasse o di rottura dell’Alleanza terapeutica.
Durante i momenti sincronici il terapeuta ha la concreta opportunità di operare direttamente sugli schemi interpersonali patologici mentre si attivano nella concretezza del presente. Il passaggio dai racconti inerenti alle relazioni extra-terapeutiche a quelli che avvengono nella stanza del terapeuta “rende la seduta tipicamente intensa e proficua con la possibilità di tornare a rivisitare il passato del paziente con migliori strumenti di lettura, utili a comprendere più lucidamente gli eventi di vita passata. La spirale quindi continua, passando ora dal sincronico nuovamente al diacronico, e così via.”
L’Autore, in linea con quanto proposto in letteratura, suggerisce in modo chiaro e assai fruibile dal lettore, modalità concrete per formulare interventi diretti utili per risolvere queste fasi di enactment, privilegiando la regolazione affettiva alla mentalizzazione, e rimandando ad una fase successiva, eventualmente e se esistono possibilità reali, la comprensione condivisa di quanto accaduto nella fase di enactment, inteso come la messa in atto dello schema relazionale patologico. La gestione delle fasi di enactment rappresenta l’obiettivo centrale degli interventi che si realizzano nella dimensione sincronica di condivisione tra terapeuta e paziente.
Di grande interesse risulta, infine, l’accurata disamina degli errori tecnici più frequentemente commessi dai terapeuti, che possono non riconoscere i momenti chiave relazionali o gestirli frettolosamente o con modalità eccessivamente interventiste o esageratamente difensive esponendo, così, la relazione al grave rischio di colludere con i cicli interpersonali disfunzionali del paziente.
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