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Maurilio OrbecchiBiologia dell’anima. Teoria dell’evoluzione e psicoterapia
di Maurilio Orbecchi (nella foto)
Editore Bollati Boringhieri, pp. 186, Euro 18.00


recensione di VALENTINA QUESTA

La psicoterapia, come disciplina formalizzata autonoma, è una pratica relativamente giovane costituita da una pluralità di scuole. Il volume di Maurilio Orbecchi Biologia dell’anima. Teoria dell’evoluzione e psicoterapia costituisce un importante contributo all’elaborazione di un fondamento epistemologico condiviso fra i diversi orientamenti psicoterapeutici,  definendone lo statuto di scientificità e consentendo alla ricerca di convergere su alcune linee di indagine comuni. L’autore afferma la necessità di una concezione naturalizzata della psicoterapia all’interno dell’attuale scienza cognitiva, costituita da un insieme di contributi da aree scientifiche differenti, che si occupano, a vario titolo, di comprendere le funzioni della mente/cervello nell’ambito del paradigma neodarwiniano. Nel testo si ribadisce la natura intrinsecamente collettiva dell’impresa scientifica basata su assunti e dati verificabili e condivisi. Si tratta di una premessa epistemologica non scontata e che diversi approcci alla psicoterapia esplicitamente rifiutano.
Orbecchi, psichiatra e psicoterapeuta, affronta argomenti interdisciplinari con rigore scientifico e una chiarezza espositiva che rendono il testo interessante e stimolante non solo per un pubblico di specialisti del settore ma per chiunque sia interessato ad approfondire il significato di alcuni temi psicologici anche alla luce di una prospettiva storico-evolutiva. Così, l’analisi critica dei contributi offerti da tre importanti esponenti del pensiero psicologico e clinico del passato, quali Sigmund Freud, Pierre Janet e Gustav Jung, costituisce un’occasione di chiarimento di alcuni termini e idee psicologiche alla luce delle attuali conoscenze scientifiche.
Ragionare in termini evoluzionistici richiede rigore formale e pratica in quanto implica il riferimento a concetti controintuitivi rispetto alla nostra psicologia ingenua. Due esempi di intuizioni di senso comune scientificamente scorrette, citate dall’autore, sono il pensiero teleologico, secondo cui interpretiamo le nostre capacità e funzioni come il prodotto di un processo di selezione finalizzato a scopi, e il pensiero dualistico, che individua corpo e mente come entità separate, contrapponendo i domini biologico e culturale. Orbecchi fornisce un ricco repertorio di esempi relativi a concetti della metapsicologia freudiana, riveduti, e talvolta falsificati, attraverso il repertorio di conoscenze derivate dalla teoria dell’evoluzione e dalle neuroscienze. Scopo del libro, e suo elemento di originalità, è la dimostrazione dell’impatto che tali aspetti teorici hanno sulla natura, la funzione e il significato che viene ad assumere la pratica psicoterapeutica.
Dopo Darwin, il radicamento della psicologia nella natura biologica degli individui istituisce un vincolo normativo posto a fondamento di un nuovo concetto di natura umana, in cui gli elementi di tipo inconscio ed emozionale, selezionati dall’evoluzione, assumono un ruolo primario nella spiegazione dei nostri processi mentali. Malgrado i concetti di “istinto” e “pulsione” risultino obsoleti sul piano scientifico per spiegare i nostri processi inconsci e siano stati riformulati in termini di “sistemi motivazionali”, rimane il fatto che  lo spazio virtuale della mente dedicato alla consapevolezza e al libero arbitrio, nel solco della tradizione cartesiana, è stato progressivamente eroso dalle evidenze che dimostrano il ruolo predominante, da un punto di vista genealogico e funzionale, degli elementi inconsci - e spesso conflittuali - cui la nostra consapevolezza non ha un accesso diretto e che, da questo punto di vista, limitano la nostra intenzionalità.
I modelli di architettura della mente, gli studi di psicologia sociale sull’attribuzione causale, gli esperimenti neuroscientifici, la psicologia del pensiero, sono solo alcune delle innumerevoli fonti in ambito teorico e sperimentale volte a dimostrare che la conoscenza dei nostri processi mentali, con l’eccezione degli output di natura percettiva ed emozionale, è fondamentalmente indiretta e soggetta a processi di interpretazione post hoc attraverso cui spieghiamo e giustifichiamo a noi stessi e agli altri le ragioni delle nostre condotte. In breve, siamo una specie di confabulatori, agiti da motivazioni inconsce, sottese a differenti funzioni e connotate in senso emozionale e sociale. In questo senso, l’affermazione di Orbecchi sulla natura strutturalmente “dissociata” della nostra mente sembra ampiamente giustificata. Anche gli studi in ambito evolutivo sui processi di attaccamento convergono a dimostrare come le modalità di costruzione dell’identità personale si fondino su processi di rispecchiamento tra infante e caregiver di tipo emozionale, inconscio e relazionale, a partire da un insieme di disposizioni e caratteristiche innate di natura prosociale. I processi funzionali di rispecchiamento costituiscono per il bambino non solo la fonte di conoscenza riguardo i propri stati interni ma anche una fonte di accettazione e validazione di sé. Osserviamo fin dall’inizio come gli aspetti epistemici e morali appresi in modalità inconscia siano interconnessi e costituiscano la condizione della formazione di un’identità integrata.
Il ricorso a differenti campi del sapere teorico ci aiuta a comprendere la nostra natura di animali emozionali e sociali e l’importanza di questi elementi non può non indirizzare le nostre strategie nell’ambito della pratica psicoterapeuta, sottolineando l’importanza dei meccanismi di apprendimento relazionali, emozionali e inconsci sia come oggetti che come strumenti prioritari di cambiamento, in grado di rimodulare il nostro scenario affettivo e la nostra valutazione di noi stessi. Come afferma Orbecchi, “le persone non imparano nozioni neutre”(p.160).
Tali aspetti, quasi a ripercorrere le dinamiche dello sviluppo, contribuiranno al progressivo incremento delle capacità di elaborazione cognitiva e di mentalizzazione delle proprie esperienze, attraverso le capacità ricorsive di integrazione e regolazione dei processi emozionali, cognitivi e metacognitivi sperimentati e vissuti all’interno della relazione di cura. L’ancoraggio della psicoterapia al mondo dei fatti stabiliti all’interno della comunità scientifica consente l’istituzione di alcuni vincoli normativi esterni ed interni ad essa. Quelli esterni sono relativi al contributo offerto da altri campi del sapere alla comprensione psicologica, mentre quelli interni riguardano la qualità della relazione terapeutica, l’attenzione al vissuto emozionale del paziente e ad una ricostruzione narrativa di sé quanto più possibile coerente con quel vissuto. La presenza di vincoli è la premessa per una concezione pluralista della psicoterapia riguardo agli approcci, alle tecniche e ai differenti stili individuali. Solo all’interno di una visione antiriduzionistica e aperta al confronto interdisciplinare, la psicoterapia può esprimere al meglio le proprie potenzialità, quale strumento di conoscenza della realtà e mezzo per incrementare una maggiore consapevolezza su noi stessi.


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