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IL LUTTO - LIBRO DI ANTONIO ONOFRI E CECILIA LA ROSA
IL LUTTO, di Antonio Onofri e Cecilia La Rosa, psichiatri e psicoterapeuti
Giovanni Fioriti Editore


recensione di FABRIZIO ALFANI

Il libro di Antonio Onofri e Cecilia La Rosa ha molti pregi. Di questi uno mi ha immediatamente colpito nel corso della lettura: pur collocandosi nella prospettiva di un approccio scientifico, gli autori non perdono mai una tonalità affettiva, un tocco umano nella trattazione del tema del lutto e delle sue manifestazioni sociali, psicologiche e psicopatologiche. La morte di persone care, gli eventi di perdita che sperimentiamo nel corso della nostra vita e nella vita di coloro che ci sono vicini, così come le conseguenze di tali eventi da cui veniamo interrogati dai sintomi presentati da alcuni dei nostri pazienti, sono una realtà così presente e ricorrente nel corso delle nostre esistenze che si avverte la necessità che ogni discorso su questo tema, per quanto ispirato a criteri di obiettività scientifica, sia in grado di trasmettere quegli aspetti essenziali dell’esperienza umana che ci permettano di identificarci sufficientemente con quanto andiamo leggendo. Antonio Onofri e Cecilia La Rosa ci sono riusciti pienamente, coniugando la dimensione scientifica con quella umana. Forse questo anche a causa dell’impronta profondamente relazionale che percorre le pagine del libro. Una impronta relazionale che viene posta in evidenza sin dalle prime pagine, con un concetto che seppure con parole leggermente diverse viene riproposto anche alla fine del libro, come se tale dichiarata fede nella vocazione relazionale dell’essere umano costituisse la cornice di senso entro la quale si articola tutto il loro discorso. Affermano infatti Onofri e La Rosa nell’introduzione: “E’ proprio nel lutto che sembra trovarsi la più piena conferma di quella dimensione relazionale che fonda la natura umana. E’ il lutto a sottolineare quanto…i legami davvero significativi e importanti della nostra vita possano in fondo solo trasformarsi, ma mai finire nel nulla. Nemmeno con la morte” (p. XXI). E nelle conclusioni essi affermano: “La condivisione sociale del lutto, i riti funebri, il processo emotivo che abbiamo analizzato…appaiono come una dimensione prettamente umana, all’interno della storia dell’evoluzione. Una dimensione che proprio nel contatto con la morte mette in risalto la costituzione intersoggettiva e relazionale dell’essere umano, che nemmeno la morte sembra riuscire ad estinguere” (p. 278).
All’interno di tale cornice di senso il lavoro degli autori si articola secondo una trattazione del lutto che vede succedersi dapprima la descrizione degli aspetti salienti del lutto fisiologico, cogliendone anche il valore dal punto di vista evoluzionistico (coerentemente con l’indirizzo teorico nel quale si riconoscono entrambi gli autori, e cioè quello della psicoterapia cognitivo-evoluzionista, citata anche nel titolo). Viene anche preso in considerazione come nell’età contemporanea i rituali sociali legati all’elaborazione del lutto si siano profondamente modificati, con una progressiva sottrazione della morte dallo scenario della quotidianità direttamente sperimentata. La morte, per quanto mediaticamente spettacolarizzata, è oggi vissuta come un tabù sul piano della diretta esperienza individuale, qualcosa da non nominare e con la quale evitare, per quanto possibile, di entrare in contatto. Tutto ciò non può non avere conseguenze sui modi in cui si esprime il cordoglio. Ecco allora sorgere nel mondo contemporaneo modi inediti di vivere il cordoglio e tentare di elaborare il lutto, come ad esempio i gruppi di mutuo aiuto destinati ad offrire la possibilità di condividere il proprio lutto all’interno di una comunità, che non è formata da coloro che hanno conosciuto il defunto (come è stato per secoli) ma da coloro che hanno subito lo stesso tipo di perdita. Gli autori le definiscono ‘comunità post-moderne di persone in lutto’, e esse sembrano essere una vera cartina di tornasole di più ampie trasformazioni culturali e sociali. Infatti questi mutamenti nei rituali del lutto dicono molto dei cambiamenti antropologici in atto nelle nostre società occidentali, poiché il modo di affrontare la morte è una delle categorie essenziali attraverso le quali si esprime il senso condiviso dell’esistenza di un gruppo, di una comunità, di una cultura. Un famoso passo delle Confessioni di Sant’Agostino, dove vengono descritte le reazioni alla morte di Monica, la madre di Agostino, illustra bene quanto i mutamenti delle espressioni del cordoglio siano indicativi di profondi mutamenti culturali e antropologici: “Io le chiusi gli occhi. Una immensa tristezza rifluì nel mio cuore, pronta a tramutarsi in lacrime: ma al tempo stesso i miei occhi, per l’imperioso comando della mia volontà, ne riassorbivano la sorgente fino ad essiccarle; e in questa contesa grandemente pativo…Infatti non giudicammo conveniente celebrare quella cerimonia con lacrimosi lamenti e con gemiti, poiché così si suole compiangere il destino sventurato di chi muore ed il suo totale annientamento: ma Monica non era né infelice né per nulla morta, come ce ne rendevano testimonianza la purezza della sua vita e la schietta fede.” (citato in De Martino, 1975, p.330). Il commento di De Martino a questo passo è altrettanto illuminante: “Ci par quasi di sorprendere in vivo un momento di drammatica sospensione fra le due età della morte, quella pagana e quella cristiana, e la scelta storica che infine trionfa….Eppure dopo la sepoltura….al risveglio da un sonno riparatore e avvertendo la solitudine del nuovo giorno, anche Agostino sentì la dolcezza del pianto” (ibidem).
Dopo aver preso in esame le forme di condivisione sociale del lutto e i normali processi emotivi presenti nel lutto fisiologico, la parte principale del libro è dedicata al lutto complicato e patologico, alle sue manifestazioni, ai disturbi dell’attaccamento che possono favorirne l’insorgenza e agli approcci terapeutici giudicati più opportuni in tali casi.
Cos’è che fa sì che la morte di una persona cara sia vissuta da un soggetto in un modo tale che si potrebbe parlare di lutto patologico? Comprensibilmente gli autori hanno dedicato molto spazio a questo tema, affrontandolo sia dal punto di vista sintomatologico e diagnostico (anche con la descrizione di scale di valutazione ed interviste cliniche) ma soprattutto cercando di fornirne una interpretazione dal punto di vista etiopatogenetico.
Il capitolo dedicato alla possibile patogenesi del lutto patologico affronta il tema a partire dai disturbi dell’attaccamento e dalla teoria dei Sistemi Motivazionali Interpersonali. La tesi di fondo, suffragata da una amplissima letteratura internazionale, è che esiste una stretta correlazione tra traumi e attaccamento disorganizzato. Un lutto, in quanto evento traumatico, può evolvere in una forma patologica qualora esistano condizioni preesistenti di attaccamento disorganizzato, per cui il lutto può riattivare sistemi di difesa tipici di esperienze traumatiche precoci. Oppure, qualora in una fase precoce dello sviluppo si verifichi la perdita di una importante figura di attaccamento, il lutto stesso, in concomitanza con altri fattori, potrebbe favorire uno sviluppo traumatico con probabile evoluzione verso una disorganizzazione dell’attaccamento. In alcuni casi, inoltre, la particolare traumaticità del lutto (ad esempio la perdita di un figlio) può provocare di per sé conseguenze di tipo psicopatologico, che rientrano generalmente nella diagnosi di PTSD. Una particolare importanza hanno poi gli effetti transgenerazionali di lutti non elaborati. Infatti “gli studi volti a definire gli antecedenti della disorganizzazione dell’attaccamento nel primo anno di vita hanno identificato negli anni una forte correlazione con l’esistenza di lutti o altri traumi non risolti nel genitore verso il quale il bambino mostra una disorganizzazione dell’attaccamento” (p.96). Durante l’accudimento del piccolo si può verificare  nel genitore una rievocazione di esperienze traumatiche e lutti irrisolti. A causa di tale rievocazione il genitore potrebbe inconsapevolmente  assumere comportamenti ed espressioni mimiche caratterizzate dalla paura (irrigidimento, fissità dello sguardo, paura), atteggiamenti questi che comportano una speculare reazione di paura nel bambino. Ciò determina un conflitto con il sistema di attaccamento, che induce il bambino a ricercare il contatto e la vicinanza con quel genitore che però, allo stesso tempo, suscita spavento e paura, pur non avendo comportamenti violenti o abusanti nei confronti del piccolo.
E’ proprio su queste osservazioni legate agli effetti individuali e transgenerazionali dei traumi e dei lutti non risolti che gli autori propongono una serie di riflessioni con importanti implicazioni dal punto di vista terapeutico. Affermano infatti che mentre il modello cognitivista tradizionale prevedeva un ampio uso della parola e delle funzioni cognitive per modificare gli schemi patogeni dei pazienti, l’esperienza con pazienti traumatizzati ha ampiamente dimostrato come un approccio esclusivamente o prevalentemente logico-discorsivo sia spesso scarsamente efficace. E’ necessario considerare anche il corpo, che a suo modo ‘parla’ delle esperienze traumatiche subite.
Onofri e La Rosa descrivono in particolare interventi terapeutici ispirati all’EMDR (con contributi anche di Roger Solomon, Therese Rando e Anna Rita Verardo) e alla Psicoterapia sensomotoria. Senza entrare nel merito delle specifiche tecniche utilizzate (ampiamente descritte nel testo) mi sembra importante sottolineare la distinzione fra terapie top-down, nelle quali viene privilegiato l’uso delle funzioni cognitive attraverso le quali accedere poi ai livelli cosiddetti ‘inferiori’ (emotivo e somatico) e terapie bottom-up (quali appunto EMDR e Psicoterapia Sensomotoria) nelle quali viene data primaria attenzione all’esperienza somatica che si accompagna alla rievocazione di esperienze traumatiche, per poi ‘risalire’ ad una elaborazione cognitiva dell’esperienza stessa.
Mi sembra importante far notare che osservazioni analoghe sono state compiute anche in ambito psicoanalitico. Ad esempio Donald Kalsched, un autore junghiano che ha molto lavorato con pazienti traumatizzati, nel commentare il caso di una sua paziente osserva: “Un aspetto importante del quadro che ho descritto è il modo in cui una mia semplice domanda su quale parte nel suo corpo fosse quella in cui certe emozioni erano percepite abbia dischiuso in lei sentimenti più profondi e portato in superficie stati dissociati del sé. Poiché il sistema di autocura  è soprattutto una struttura difensiva mentale ‘dall’alto al basso (top-down)’, domande a tonalità emotiva dirette alle sensazioni del corpo possono avere l’effetto di aggirare il dispotico demone dell’attività mentale, concedendo ai sentimenti vulnerabili fuggitivi, nelle profondità del corpo, di esprimersi” (Kalsched, 2013, p.172). E ancora: “Un approccio del genere, particolarmente attento al corpo, deriva dall’aver compreso che il trauma passato e le sue difese saranno inscritti in stati fisiologici attuali come il respiro, i gesti, la tensione muscolare, lo sguardo distolto ecc., e non nelle regioni corticali superiori, dove potrebbero essere recuperati come memorie esplicite…. Cercando di lavorare direttamente sulle memorie implicite, più basate sul corpo, aiutiamo i pazienti…a diventare più consapevoli delle loro sensazioni e percezioni interiori.” (ibidem, p.173).
Sembra dunque che sia in ambito cognitivista che in ambito analitico le esperienze cliniche con pazienti traumatizzati abbiano indotto un progressivo mutamento di approccio clinico, rivolto non solo all’uso della parola ma anche ad altri mezzi espressivi e comunicativi, compresa una più accentuata attenzione alle sensazioni corporee, che sembrano essere una delle vie privilegiate di accesso alle memorie implicite.
Il libro di Onofri e La Rosa, dunque, oltre a fornire una ampia visione dei processo correlati al lutto, ci permette di osservare per così dire ‘in azione’ anche alcune tra le più recenti ed interessanti strategie terapeutiche che in questi ultimi anni hanno parzialmente modificato il variegato panorama delle psicoterapie, testimoniando di un interessante mutamento culturale in atto, che mette in discussione il primato della parola nel lavoro psicoterapeutico, volgendo l’attenzione anche ad altri mezzi espressivi e comunicativi.
Bibliografia:
De Martino E. (1975): Morte e pianto rituale, Boringhieri, Milano.
Kalsched D. (2013): Il trauma e l’anima, Moretti & Vitali, Bergamo, 2013.













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