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Dibattito aperto
GIOCO D'AZZARDO, CREPET E IMBARAZZI
di Cecilia La Rosa *
Ho letto con stupore l’articolo del Corriere della sera di martedì 28 marzo 2017 sul gioco d’azzardo patologico e sulla perizia del collega Paolo Crepet dove si afferma che non ci sono dati, punti di riferimento scientifici  tra il gioco e la psicopatologia.  Ho atteso che passasse la piena delle inevitabili polemiche,  precisazioni e puntualizzazioni che sono seguite. Ho evitato di entrare nella marea montante dei favorevoli e contrari.  Ma ora, come psichiatra con 30 anni di esperienza alle spalle, penso sia giusto manifestare il senso di smarrimento provato di fronte ad affermazioni del tipo “non si tengono in considerazione alcuni effetti potenzialmente  positivi del gioco, quali la socializzazione, il diritto al sogno, la possibilità di alleviare la propria amarezza e la propria tristezza…”. Lo smarrimento è un sentimento che devo  a tutti quei pazienti distrutti, disperati, ai patrimoni dilapidati, ai suicidi, alle famiglie massacrate dal dolore dalla paura e dai debiti,  passati per i nostri studi psichiatrici, imbottiti di psicofarmaci nel disperato tentativo di fermare un’inarrrestabile dipendenza.
Ma andiamo con ordine. Giocare d’azzardo significa puntare o scommettere una somma di denaro sull’esito di un gioco che può dipendere dalla propria abilità o basarsi sul puro caso.
Il termine «azzardo» deriva dall'arabo az-zahr, che significa dado. I più antichi giochi d'azzardo si facevano infatti, scommettendo sul numero che sarebbe uscito lanciando dei dadi. Il GAP, gioco azzardo patologico, è caratterizzato dalla presenza di una certa quota di rischio: essendo impossibile prevedere l’esito di una puntata, il giocatore deve «buttarsi» sperimentando un’eccitazione che è al contempo piacevole e «dolorosa». Nel gioco d’azzardo il DENARO è l’elemento centrale, esso trasforma la vittoria in vincita e la sconfitta in perdita Il GAP diventa patologico quando il giocatore perde il controllo, ovvero non è più in grado di fermarsi nonostante i problemi che si stanno manifestando nella sua vita. Il giocatore patologico non sperimenta più la gratificazione iniziale: non c’è né guadagno né piacere, il gioco diventa una costrizione e si può iniziare a parlare di DIPENDENZA, “addiction” per le similarità con la dipendenza da alcol e da altre sostanze d’abuso. ll GAP produce, in individui vulnerabili, non solo ripetute e anomale risposte comportamentali compulsive, ma anche effetti neuroplastici (modificazioni cerebrali), tolleranza, astinenza e craving (Castellani 1995) Il GAP può quindi essere considerato come una dipendenza comportamentale patologica caratterizzata da un persistente comportamento di gioco d’azzardo disfunzionale. La nuova edizione del DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, riconosciuto in tutto il mondo e validato da innumerevoli studi scientifici) riclassifica il gioco d’azzardo tra le addictions per le similarità con la dipendenza da alcol e da altre sostanze d’abuso. Tale patologia, perché di patologia psichica si tratta, ha specifici sintomi:
Perdita di controllo - Il gioco prevale su tutti gli altri interessi, vengono trascurati aspetti importanti della vita, si persiste nel gioco nonostante vi siano già state conseguenze negative
Craving - E’ un bisogno psicologico impellente, un forte desiderio di giocare d’azzardo e l’impossibilità di resistervi.
Tolleranza  - La necessità di giocare con maggiore frequenza per riprodurre sempre il medesimo grado di euforia e gratificazione.
Astinenza - l’insorgenza di sentimenti di inquietudine, disagio irritabilità, quando si è nell’impossibilità di giocare (Goudriaan 2004).
‘‘Thrill’’ - E’ una sensazione di tensione percepita durante il gioco, descritta al contempo come dolorosa e gratificante: «il desiderio impellente di questa particolare tensione frequentemente sovrasta il desiderio di vincere» (Bergler, 1957) .
Dunque per la scienza il gioco d’azzardo patologico è una dipendenza a tutti gli effetti.
L’OMS così come i Giocatori Anonimi, considerano ogni dipendenza come una malattia cronica (progressiva e potenzialmente mortale) che è possibile curare ma non guarire del tutto.
Il giocatore è una persona che ha utilizzato il gioco per lenire un dolore o per ricercare un piacere e che, in base anche ad sua una vulnerabilità, ha perso il controllo sul gioco. Egli resta a rischio per tutta la vita sebbene possa imparare a tenere sotto controllo la sua dipendenza, astenendosi completamente dal gioco.
Questo è quello che dice la scienza e questo è quello a cui tutti gli individui potenzialmente vulnerabili ovvero i nostri figli, i nostri genitori, i nostri nonni sono esposti ogni qualvolta si mettono nella condizione di “sognare” compulsivamente di arricchirsi e in realtà si impoveriscono e si ammalano, con i relativi costi per le famiglie e lo stato. Che dire? Forse un grave gambler farebbe lo stesso il chilometro di distanza dalla slot machine al bancomat per rifornirsi di soldi , o eviterebbe di mangiare nella pausa pranzo per andare a giocare, ma forse quel chilometro di distanza, o quella limitazione di orari potrebbe salvare la salute mentale di un ragazzo…Perché quando sulla carenza dello Stato un Comune cerca di porre rimedio ad un grave problema sociale e a un grave potenziale danno per la salute mentale di molti individui si trovano nel nostro Paese tante risorse per contrastare il bene comune che ai più è così ovvio? Pensiamo davvero che giocare compulsivamente alle slot machine o rovinarsi con i gratta e vinci e il bingo sia “il diritto di sognare?” Forse il diritto di sognare i soldi della lotteria esisteva una volta,   quando compravamo il biglietto della lotteria di Capodanno a novembre e sognavamo l’estrazione fino al 6 gennaio. Forse a quei tempi era così, e la lotteria di Capodanno faceva parte come la tombola dei nostri giochi natalizi che si facevano in compagnia e in famiglia ed erano si “socializzanti”. Cosa c’è di socializzante nello stare chiuso nel retrobottega di un bar a giocarsi la pensione?
* Cecilia La Rosa,  medico, psichiatra, psicoterapueta



Sì o no?









LE SIGARETTE ELETTRONICHE
AIUTANO A SMETTERE DI FUMARE

Fonte Medscape. Dr Peter Yellowlees, medico psichiatra (http://www.medscape.com/viewarticle/872677)
di Fabio Presti*
Anche sul versante psicologico giudizio ancora in sospeso per le sigarette elettroniche. Che cosa dovremmo consigliare ai nostri pazienti quando ci chiedono se sia utile passare alla SE? Quali prove abbiamo della loro efficacia nell’aiutarci a smettere di fumare?Le sigarette elettroniche sono dei dispositivi che consentono l’inalazione di un liquido, come ad esempio il glicerolo (addizionato o meno con nicotina e altre sostanze) attraverso un aerosol. Dal momento della loro comparsa sul mercato nel 2006, vi è stato un incremento costante delle vendite.Sebbene qualcuno affermi di far ricorso alla SE per ridurre i rischi della dipendenza dal fumo, alcune organizzazioni sanitarie, gruppi di monopolio del tabacco nonché esponenti politici si sono mostrati riluttanti nell’incoraggiarne l’uso proprio perché la loro sicurezza ed efficacia sono scarsamente dimostrate.Di recente un team di ricercatori dell'Università di Oxford, ha intrapreso una metanalisi (Cochrane review) appunto per valutare la sicurezza e gli effetti della SE sull’astinenza a lungo termine dal fumo.I ricercatori hanno trovato due soli studi randomizzati e controllati che misurano i tassi di astinenza a 6 mesi o più, ed altri 21 studi su gruppi in follow-up per un periodo di almeno 6 mesi.Secondo gli autori due studi dimostrano che la SE è più efficace del placebo nel favorire l’astinenza a lungo termine dal fumo. In base ad un altro studio tuttavia, non ci sarebbe differenza tra l'effetto delle SE e quello dei cerotti alla nicotina. I ricercatori comunque considerano la totalità di questi risultati come scarsamente affidabili. Infine, sebbene nessuno degli studi considerati evidenziasse gravi effetti correlati all’utilizzo della SE (al di là dell’irritazione della bocca e della gola), essi rivelano anche che la loro sicurezza a lungo termine non è ancora stata dimostrata.
Concludendo, quale parere dovremmo dare ai nostri pazienti, fumatori e non fumatori, rispetto all’utilizzo della SE?
Sebbene da un punto di vista scientifico il giudizio sia tutt’altro che definitivo, vi sono alcune prove che l’utilizzo della SE può aiutare i fumatori a smettere.
Da un punto di vista clinico il pericolo maggiore riguarda la possibilità che i non fumatori utilizzino la SE come droga di passaggio verso la sigaretta vera, quindi dovremmo sconsigliarne vivamente l’utilizzo a chi ancora non fuma.
* psicologo specializzato in dipendenze patologiche
Giro di vite sugli Ecm
Curiosità


GENTE ALLEGRA VIVE DI PIU'
di Cecilia La Rosa

Chi riesce a divertirsi e mantenere una vita serena e ricca di curiosità ha una speranza di vita più alta. Questo il risultato di un ampio studio longitudinale della durata di quattro anni sulla correlazione tra capacità di mantenere una vita gradevole e soddisfacente e la speranza di vita condotto in Inghilterra dall' English Longitudinal Study of Ageing (ELSA) .  Lo studio ha coinvolto una popolazione di oltre 9000 persone, uomini e donne età media 63 anni. I soggetti dovevano misurare il loro grado di benessere soggettivo rispondendo a semplici domande come : mi piacciono le cose che faccio; mi piace stare con gli altri; Se mi guardo indietro sono felice di quello che ho fatto; Mi sento spesso pieno di energia. I risultati a quattro anni di distanza , tenendo conto anche di variabili relative a malattie fisiche psichiche hanno mostrato una mortalità decisamente piu’ alta tra qulli che avevano risposto più negativamente alle domande. Dunque una capacità di tenuta rispetto alle avversità della vita, verrebbe da chiedersi,  potrebbe essere un fattore di resilienza rispetto alle malattie e alla depressione e alla senilità? Parlando infatti di anziani non possiamo non pensare che queste persone, come tutti, abbiano dovuto affrontare gli eventi critici depressogeni della vita come le malattie, il pensionamento, l’uscita dei figli di casa, la morte dei loro cari ma.. (e c’e’ un ma) alcuni resistono meglio e riescono a mantenere un certo grado di soddisfazione soggettiva e di conseguenza ammalano meno e muoiono più tardi. Mettiamoci dunque allaa ricerca dunque del cocktail personale di felicità. Perché si tratta sempre di qualcosa di personale e unico che nessuna ricerca ci potrà indicare.

link utili:
https://www.elsa-project.ac.uk/publications
http://www.bmj.com/content/355/bmj.i6267
Sustained enjoyment of life and mortality at older ages: analysis of the English Longitudinal Study of Ageing
BMJ 2016; 355 doi: http://dx.doi.org/10.1136/bmj.i6267 (Published 13 December 2016)Cite this as: BMJ 2016;355:i6267

Abstract
Objective To test whether the number of reports of enjoyment of life over a four year period is quantitatively associated with all cause mortality, and with death from cardiovascular disease and from other causes.
Design and setting Longitudinal observational population study using the English Longitudinal Study of Ageing (ELSA), a nationally representative sample of older men and women living in England.
Participants 9365 men and women aged 50 years or older (mean 63, standard deviation 9.3) at recruitment.
Main outcome measures Time to death, based on mortality between the third phase of data collection (wave 3 in 2006) and March 2013 (up to seven years).
Results Subjective wellbeing with measures of enjoyment of life were assessed in 2002 (wave 1), 2004 (wave 2), and 2006 (wave 3). 2264 (24%) respondents reported no enjoyment of life on any assessment, with 1833 (20%) reporting high enjoyment on one report of high enjoyment of life, 2063 (22%) on two reports, and 3205 (34%) on all three occasions. 1310 deaths were recorded during follow-up. Mortality was inversely associated with the number of occasions on which participants reported high enjoyment of life. Compared with the no high enjoyment group, the hazard ratio for all cause mortality was 0.83 (95% confidence interval 0.70 to 0.99) for two reports of enjoyment of life, and 0.76 (0.64 to 0.89) for three reports, after adjustment for demographic factors, baseline health, mobility impairment, and depressive symptoms. The same association was observed after deaths occurring within two years of the third enjoyment measure were excluded (0.90 (0.85 to 0.95) for every additional report of enjoyment), and in the complete case analysis (0.90 (0.83 to 0.96)).
Conclusions This is an observational study, so causal conclusions cannot be drawn. Nonetheless, the results add a new dimension to understanding the significance of subjective wellbeing for health outcomes by documenting the importance of sustained wellbeing over time.


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