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ESCOBAR, LA PERFETTA TRIADE DEL BRIVIDO
Il cocktail maledetto di  narcisismo, machiavellismo e psicopatia

di Giancarlo Dimaggio

Esiste una costellazione di stili di personalità che mette i brividi, un terzetto di aspetti che disegnano un tipo che non vorreste incontrare da soli. O che forse vi piacerebbe incontrare se sa coprirsi di fascino, sfruttando uno dei vertici, quello narcisistico. Quali sono gli altri due? Machiavellismo e psicopatia. A chi si deve la descrizione di questi simpatici amiconi? Due psicologi: Delroy Paulhus e Kevin Williams, che hanno denominato Triade Oscura questo aggregato di tratti caratteriali. I due devono avere letto un sacco di noir, mi sembra evidente. Sul narcisismo inutile soffermarsi. Sapete cos’è. Il machiavellismo, prende il nome, indovinate? Sì, dal nostro amato Machiavelli. Descrive la tendenza a usare la conoscenza degli altri per manipolarli freddamente e prendere le loro risorse.
Per psicopatia invece si intende la tendenza ad aggredire e manipolare, in assenza di veri sentimenti empatici, della capacità di risuonare con il dolore dell’altro. IL tratto psicopatico descrive tendenze a callosità, egoismo e superficialità.
La fiction offre degli esempi splendidi di membri Triade Oscura. Nel mio L’illusione del narcisista (2016) ne descrivevo alcuni, presi da Game of Thrones e House of Cards.  La notizia dei comportamenti sessuali, non propriamente affettivi e prosociali di Kevin Spacey è arrivata dopo l’uscita del libro. E dopo che era uscito il libro da solo, ero una sera di Natale a casa dei miei cari amici Patrizia e Luca. Avevano appena scaricato quella che allora era la serie più fresca uscita su Netflix, Narcos. Non mi sembrava vero, avevo finito il giorno stesso di leggere Il Cartello, l’epopea di Don Winslow sui narcotrafficanti messicani. Capolavoro. Leggetelo. La continuazione de Il potere del cane. Altro capolavoro.
Per inciso, non pensate i narcos messicani come esemplari della Triade, quelli sono psicopatici puri e sadici. Machiavellismo e narcisismo sono solo un condimento. Fame di potere e crudeltà è quello che traspare dalle pagine di Winslow.
Mentre i nostri figli giocavano insieme, la tentazione era irresistibile, Patrizia, Luca e io ce ne spariamo due puntate a sera. Narcos è la storia dell’ascesa e declino del creatore dei cartelli colombiani: Pablo Escobar. Non parlo del personaggio storico, non ne ho cultura sufficiente, anche se la serie sembra ben documentata e impiantata sui fatti storici. Il personaggio drammatico illustra la Triade a perfezione. All’inizio della storia è solo un contrabbandiere influente, astuto, di successo. Ha una regola semplice ed efficace: plata o plomo. Soldi o piombo. O accetti di essere corrotto, e ti pago bene, o ti faccio fuori. E attento ai familiari, conosco ogni loro movimento. Niente a cui in Italia non siamo avvezzi. Un giorno un sopravvissuto alle pulizie di Pinochet gli fa scoprire la cocaina. Il giovane Pablo è intelligente, subito compie l’equazione che gli permette di calcolare quanti soldi frutterà. Tanti. Fino a quel momento, da classico narcisista, Pablo Escobar suscita simpatia, ha charme. Sorride, ha spirito, ama la famiglia, possiede il senso dell’amicizia e si sente a suo modo il Robin Hood della Colombia. Quello che guadagna illegalmente in parte lo dona alla popolazione, la gente lo ama. Fin qui: narcisismo, condito da un tantino di intelligenza machiavellica. Claro?
Ma. Ricordate la dannazione del narcisista? Sì, quella. La condanna a salire sempre più in alto, l’affanno verso la vetta non ancora scalata. “Non voglio essere grande. Voglio diventare grandioso”. Lo prende la tentazione della politica. Hybris. Con un atto di inimitabile sfacciataggine si candida per il congresso e viene eletto. Un giudice incorruttibile riceve le prove dalla DEA e da un ufficiale integerrimo della polizia colombiana: Pablo è un narcotrafficante. Viene cacciato con disonore dal parlamento.
Lì vedo la svolta della sua personalità, l’emersione della psicopatia. Fino allora, per carità, non si era fatto scrupolo di uccidere ma, mettiamola così, solo per quanto necessario. Normale amministrazione degli affari. Ora non più. Ora è una questione personale. Hanno ferito il suo orgoglio, lo hanno umiliato in pubblico, gli hanno infranto per sempre i sogni di gloria e immortalità nella memoria del suo popolo. Inizia una guerra e ogni senso della morale residuo viene perso. Consegnerà ad un ignaro ragazzo, entusiasta delle attenzioni del suo idolo, un attrezzo esplosivo da far esplodere in volo, per eliminare il probabile futuro presidente della Colombia. Quello precedente, Luis Carlos Galàn, lo aveva già fatto fuori, poco dopo il giudice che lo aveva sputtanato. Il futuro presidente se la scampa, grazie al fiuto degli agenti della DEA e all’avvedutezza del capo della sua sicurezza. La guerra tra Pablo e le forze dell’ordine diventa carneficina, inizia un’escalation senza fine che lo vedrà morire il 2 dicembre 1993. La causa della sua morte: il narcisismo ferito. Nient’altro.
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