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La Control Mastery Theory, breve esplorazione dei suoi presupposti fondamentali

di Ludovica Bedeschi
Psicologa Psicoterapeuta
Terapeuta EMDR
Psicologo dello Sport




La Control-Mastery Theory (CMT) è una teoria che riguarda il funzionamento mentale, la psicopatologia e la psicoterapia. Fu introdotta da Joseph Weiss, e in seguito approfondita ed empiricamente consolidata dallo stesso Weiss, da Harold Sampson e dal San Francisco Psychotherapy Research Group intorno ai primi anni Settanta.
Caratteristica determinante di questo gruppo è la preziosa ricerca empirica, condotta con metodi rigorosi, che ha contribuito a renderlo molto conosciuto nella comunità psicoanalitica e in quello della ricerca in psicoterapia.
Weiss formulò il primo abbozzo della sua teoria sostenendo che la psicoterapia, grazie al setting e al comportamento del terapeuta, viene gradualmente vissuta come una situazione di sicurezza in cui il paziente può permettersi di ricordare e risperimentare emozioni del passato, anche dolose, integrandole con la sua personalità globale. Per Weiss, inoltre, la psicoterapia è un processo interpersonale in cui il paziente cerca inconsciamente nel terapeuta una persona capace di creare una tale situazione di sicurezza attraverso la quale poter disconfermare le sue credenze patogene.
Stando ai principi della CMT, la principale motivazione di un individuo è l’adattamento alla realtà, soprattutto alla realtà del suo mondo interpersonale.
Per tutta la vita cercherà di imparare ad agire sugli altri e a prevedere le loro reazioni, e di apprendere i princìpi etici e morali a cui gli altri si aspettano che si conformi nella sue relazioni con loro e a cui gli altri aderiscono nel rapportarsi a lui.
Tali apprendimenti hanno inizio nella prima infanzia, e nell’esperienza con i genitori e i fratelli, e attraverso i loro insegnamenti.
Le credenze acquisite dall’individuo riguardo alla realtà e alle norme morali sono fondamentali per la sua vita mentale conscia e inconscia e sono estremamente perentorie.
Inoltre, tali credenze organizzano la personalità. Ed è in accordo con le sue credenze riguardo alla realtà e alle norme morali che il soggetto darà forma  e senso alle sue aspirazioni, ai suoi affetti e ai suoi stati d’animo, sviluppando in tal modo la sua personalità. D’altra parte, se si attiene a credenze non adattive, che vengono definite dalla CMT patogene, l’individuo svilupperà e manterrà la sua psicopatologia.
La psicopatologia ha le sue radici nelle credenze patogene negative, che hanno carattere perentorio e sono scarsamente adattive; esse inducono il soggetto a temere di mettere in pericolo sé stesso o altri se cercherà di perseguire determinati obiettivi normali e desiderabili, come una carriera lavorativa soddisfacente o una vita matrimoniale felice.
Le credenze patogene si instaurano nell’infanzia a seguito di esperienze traumatiche vissute nel proprio ambiente famigliare. Si tratta di “traumi” intesi come esperienze in cui il tentativo di raggiungere un obiettivo normale rappresenta la minaccia di rottura del legame con i propri genitori. Nello specifico si può trattare, ad esempio, di un bambino che ritiene di “ferire” o “abbandonare” i suoi genitori nei suoi tentativi di autonomia.
Si noti come qui, il concetto di trauma non è inteso nella sua accezione più drammatica. Dando per assodato che il trauma dell’abuso fisico o sessuale si pone al vertice della gerarchia delle esperienze traumatiche, per la CMT il concetto di “trauma” si allarga a tutte quelle esperienze in cui il bambino rinuncia a qualcosa di sé in favore del mantenimento del legame affettivo con i suoi genitori (una grave depressione materna, ad esempio).
Come si formano le Credenze patogene.
Il bambino può formarsi credenze patogene semplicemente convincendosi che i genitori lo trattano come merita. Egli può anche acquisire credenze patogene insegnategli dai genitori. Si può prendere ad esempio un caso di un paziente la cui madre continuava a ripetergli che apparteneva a lei e che doveva sacrificarsi per lei. Pur coscientemente avverso a questa idea, inconsciamente la accettava e, una volta adulto, continuò a comportarsi di conseguenza. Si dava da fare strenuamente nell’eseguire lavori mal pagati e scarsamente gratificanti e sposò una donna che pretendeva l’impossibile e dava pochissimo.
Uno dei concetti chiave attorno al quale ruota la CMT riguarda il Piano di Guarigione del paziente. Esso riguarda una sorta di progetto interiore seguendo il quale ogni persona andrebbe attivamente (e delle volte in modo inconscio) alla ricerca di situazioni e persone capaci di aiutarlo a disconfermare le sue credenze patogene. Il piano inconscio, legato all’autentico progetto di vita del paziente e sempre dotato di finalità adattive dovrebbe essere assecondato dal terapeuta attraverso interpretazioni e comportamenti “consoni al piano” (pro-plan).
Fin dai primi contatti con il paziente, il compito del terapeuta è quello di tentare di comprenderlo.
In terapia, il paziente mette alla prova il terapeuta dall’inizio alla fine del trattamento. La capacità del terapeuta di riconoscere e superare questi test è fondamentale: da essa ne dipende il buon andamento e la riuscita della terapia. L’attività di testing del paziente avviene per via inconscia e tra i vari scopi spicca quello di andare a disconfermare le proprie credenze patogene per poter acquisire una maggiore capacità di padroneggiamento personale (la capacità di “mastery” per l’appunto).
Lo scopo del test non riguarda solo la disconferma della o delle credenze patogene del paziente ma anche la possibilità di rielaborare traumi infantili, superare alcuni identificazioni o alleanze patologiche con le figure genitoriali e sviluppare nuovi pattern di risposta grazie al modellamento dato dalla figura del terapeuta.
Riconoscere un test non è mai cosa semplice anche perché spesso gli indicatori di tale momento relazionale sono variabili e spesso vengono colti solo in seconda battuta dal terapeuta.
Nella maggior parte delle terapie ci sono momenti in cui il terapeuta sa di essere messo alla prova, ma non capisce esattamente quali credenze patogene il paziente sta cercando di disconfermare. In tali circostanze, non può sapere se ha superato il test finché il paziente non reagisce. Se il paziente reagisce ai suoi interventi con un ritiro, è ragionevole pensare di non aver superato il test. Se al contrario il paziente fa progressi, probabilmente il test è stato superato.
I pazienti attuano dei test in tre differenti modalità:
1)      Utilizzano la relazione terapeutica per disconfermare la credenza patogena
2)      Usano le nuove conoscenze acquisite per testare la credenza patogena
3)      Testano direttamente la credenza patogena.
I due test principali che un paziente può mettere in atto sono il test di “rivolgimento da passivo in attivo” e il “test di transfert”.
Quando il paziente utilizza un test di transfert, il terapeuta si sente relativamente a suo agio sotto l’aspetto della relazione terapeutica. Il paziente, in questo tipo di test, è come se si ponesse nella condizione originaria del trauma e si aspettasse dal terapeuta un atteggiamento analogo a quelli che i suoi genitori hanno assunto con lui in origine.
Nel caso in cui il paziente metta in atto un test di rivolgimento da passivo in attivo il terapeuta si trova in una condizione di grande pressione; il paziente assume una posizione analoga a quella assunta dal genitore traumatizzante e ripropone la medesima situazione relazionale allo scopo di testare la reazione del terapeuta ed acquisire eventualmente nuove strategie e nuove competenze comportamentali, oltre che a disconfermare le sue credenze patogene. Emozioni del terapeuta come imbarazzo, marcata preoccupazione, senso di colpa sono stai d’animo compatibili con una situazione di test di rivolgimento dal passivo in attivo.
La maggior parte dei pazienti mettono alla prova il loro terapeuta trasformandosi temporaneamente da passivi in attivi. Alcuni lo fanno solo occasionalmente , in reazione a particolari eventi traumatici o preparandosi a imprese difficili. Altri invece lo fanno anche per tutta la terapia. Un paziente che ha deciso di prendere un’iniziativa rispetto ad alcune credenze patogene, ma non è sicuro di come portarla avanti, può prepararsi sottoponendo il terapeuta ad un test di rivolgimento da passivo in attivo.
Il lavoro di Weiss, pur nel suo esserci contemporaneo, sembra davvero aver aperto una strada scientificamente imponente, avendo indicato cosa è essenziale, e cosa accessorio o controproducente, in ogni processo psicoterapeutico, da qualunque scuola di psicoterapia sia ispirato, che abbia successo nell’aumentare la consapevolezza del paziente e nell’alleviarne le sofferenze.
Inoltre, la teoria sul processo terapeutico proposta da Weiss, la Control-Mastery Theory, oltre a essere stata edificata sulla base di ricerche empiriche metodologicamente assai pregevoli, permette di riferirsi con assoluta chiarezza ai migliori modelli teorici sulla coscienza e sul comportamento umano di cui oggi disponiamo, nel senso che si adatta perfettamente alle conclusioni di alcuni di questi modelli.
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